Non ero mai stato a Pisa. Una bestemmia, non avere ancora visto la “torre che pende”! E allora d’accordo con Ginevra abbiamo deciso che avremmo raggiunto Pisa percorrendo la mitica Aurelia. Così io le avrei fatto conoscere luoghi nuovi per lei e io avrei colmato questa imperdonabile lacuna, ma in più l’avrei portata a rivedere i luoghi della sua adolescenza.
E così siamo partiti verso la Toscana di buon mattino, costeggiando il mare. Di Aurelia, quella vera, in realtà se ne percorre solo brevi tratti, il resto è scomparso sotto una serie di nuove autostrade o superstrade di cui ancora stento a capire il senso. Ma quando si riesce a ritrovarla allora è come tornare agli anni ’60, agli anni dell’amaro “Il sorpasso”, si attraversano paesi e località di mare dai nomi, almeno per me, mitici, dal sapore di sale. L’Argentario, Follonica, Punta Ala, Rosignano, Castiglioncello. E poi Quercianella. Già il nome ha qualcosa di evocativo, non chiedetemi perché, ma poi la vedi così in una bella giornata di un giugno ancora fresco e allora ti è subito familiare. La strada pigramente si stiracchia tra due file di case sulla costa appena un po’ alta sul mare, tutto scogli e pietre grigie venate di bianco. Mare inquieto, non si può fare il bagno, ma è di un intenso color turchese, bellissimo. Emozioni forti per Ginevra. Non vi tornava da quando aveva tredici anni. Tanti, forse troppi anni. Una casa bellissima a picco sulla scogliera, la discesa privata a mare, un bosco di querce. La proprietà un giorno viene venduta, poi, inspiegabile, l’abbandono. Forse non da molto. Guardiamo il giardino incolto e ci coglie un sottile dolore.
Ginevra vuole scendere sulla spiaggia di ciottoli sotto la casa. E’ un attimo: lei è davanti a me, la vedo scivolare giù dal gradino sotto al muraglione, sugli scogli là sotto. E’ un momento terribile, un tempo eterno, sospeso. Tutto gira intorno a me, in un vortice spietato. Per un istante ho sentito il cuore fermarsi, i miei pensieri irrigiditi nel terrore. Ho creduto che tutto finisse lì, davanti a quel mare turchese, sotto al peso delle emozioni e del ricordo di estati spensierate. Non poteva essere, non doveva succedere!   E’ caduta bene, Ginevra. Si è rialzata da sola, soltanto due sbucciature. E i miei pensieri tornano a scorrere…
Ci siamo separati da quel tremendo momento molto velocemente e siamo tornati a guardare davanti a noi…c’erano troppe curve bellissime e insidiose. L’Aurelia de “Il sorpasso”, poi si sfiora Livorno e via per Pisa.
Città strana, molto viva, non solo per i turisti ma anche per il gran numero di studenti.
In ogni caso molto diversa da Siena o dalla stessa Firenze troppo legate al proprio passato, chiuse nell’orgoglio di un tempo che fu.
Certo a Pisa colpisce subito il suq alle porte della città antica e separato dalla Piazza dei Miracoli soltanto dallo spessore delle mura medievali. Ma almeno non è come a Roma, dove (vuoi mettere?) possiamo vantare un bel camioncino che vende porchetta proprio sotto al Colosseo. E non solo! Questione di stile.
Il Campo con i suoi unici monumenti è preso d’assalto dal mattino presto fino al tramonto da orde di turisti ansiosi solo di dare il loro prezioso contributo a raddrizzare la Torre. Uno spettacolo squallido, un gesto scontato e ripetuto, fino alla nausea e al ridicolo, da milioni di turisti ormai omologati in tutto. Anche nella banalità ossessivamente reiterata.
A chi volesse godersi davvero il Campo, suggerisco di andarci poco prima che il sole cali oltre le mura per vedere il bianco marmo indorarsi, mentre l’invasione barbarica è intanto si è dileguata solo per prendere d’assalto le mangiatoie a prezzo fisso. Così Battistero, Duomo e Torre tornano ad avere una loro maestosa dignità.
Il giorno dopo abbiamo iniziato un ritorno “slow”: evitando con cura le autostrade ci siamo persi tra i boschi e le colline dell’interno per raggiungere poi Massa Marittima.
Massa è deliziosa, racchiusa nelle mura antiche e raccolta intorno alla Piazza Garibaldi dove si affacciano i gioielli della città: Il Duomo e il palazzo comunale. Ma la piazza stessa è bellissima con la sua forma irregolare e in pendenza. Un piacere potersi sedere in un angolo con un bel gelato al pistacchio (il bar sotto ai portici, credo che faccia quello migliore al mondo!) e farsi rapire dalla bellezza semplice e solare di questo angolo di Medioevo.
Un’ultima occhiata alla Fontana dell’Abbondanza, con il suo affresco che avrebbe fatto, per la sua esplicita immediatezza, la felicità della Lorenzin e del suo avvilente Fertility Day. Poi, con calma, si torna a casa. Ricchi di bellezza.