Nel febbraio del 1978 sbarcai per la prima volta sulla “Quarta Sponda” (quella della velleitaria avventura colonialista italiana): un’esperienza  che definire difficile è puro eufemismo. Durò poco, al municipio di Derna, in Cirenaica. Poi seguirono sei anni della mia avventura mediorientale e infine un lavoro stabile a Roma. Nella ex-colonia tornai in un fine settembre del 1996, con qualche timore ma il contesto era molto cambiato: il Colonnello era sempre lì, al suo posto di tiranno sanguinario però un pò più ammmorbidito, l’aria nel paese era più rilassata e forse aiutava anche il fatto che fossi lì, in riva ad un meraviglioso Mediterraneo, con la missione archeologica di Roma Tre come disegnatore e fotografo. Certo, vivevamo, io e i miei colleghi, in una situazione particolare, un recinto spazio-temporale che non era proprio alla portata di tutti. La vita si svolgeva tra la vastissima area degli scavi e quella della sovrintendenza di Lebda, alloggiati alla meno peggio in case di epoca coloniale che avevano conosciuto tempi migliori…
Rare le uscite fuori da quel perimetro per un breve giro in paese o per qualche sopralluogo nei dintorni. Ma nonostante fossimo circondati dal nulla civile, da una totale assenza di attività sociali o culturali (così come voleva il Colonnello), quello era un luogo magico, carico di Storia, di una grandiosità che il trascorrere dei secoli non aveva minimamente intaccato. Ma la magia più grande era forse quell’attraversare il nastro di asfalto che separava i nostri alloggi dall’area archeologica: quel semplice atto significava attraversare il tempo all’indietro e in pochi secondi si era proiettati nella città incantata di Leptis, intatta e deserta. Il sole morbido di ottobre indorava una città che lasciava senza fiato per la grandiosità dei suoi edifici, rimasti come erano stati lasciati secoli prima quasi senza altre stratificazioni. Non dimenticherò mai il mio stupore e la sensazione di soverchiante bellezza che mi assalirono quando il primo giorno fui accompagnato a vedere le “rovine” di Leptis e in particolare della basilica severiana. In seguito mi colpì molto la Via Colonnata, tra il Foro e il letto asciutto del Wadi Lebda, con i crolli maestosi dell’abside della basilica. Tutto, anche se in rovina, non dava mai un senso di perduto per sempre come, al contrario, accade di percepire in altri siti. A Leptis il tempo sembra essersi fermato e ogni giorno va in scena l’impero romano in tutto il suo splendore. Leptis potrebbe essere ricostruita quasi per intero: i pezzi del puzzle sono tutti lì e per riprendere le parole degli autori del volume Leptis Magna (1963), basterebbe l’equivalente del costo di un’ala di un moderno caccia per poterla rimettere in piedi.

Spesso ero in giro per la città antica da solo, per lavoro ma anche per potermi portare via quante più immagini di quel sogno: trascorrevo molto tempo attraverso le vie deserte e silenziose ma senza mai provare la solitudine perchè gli edifici, le colonne, i muri, pur muti, trasmettevano sensazioni incredibili come se stessero lì, vivi, a sussurrare le storie dell’umanità che vi aveva vissuto mentre l’incanto maestoso era rotto soltanto dal frusciare del vento e dalla voce del mare turchese. L’aria dolce invitava a indugiare, a lasciarsi andare alla magia abbagliante del luogo: cominciai a capire cos’era il mal d’Africa e la tanto disprezzata pigrizia dei libici. Non era pigrizia, era il loro lasciarsi trascinare da quell’atmosfera, l’andare lento, sereno dei vecchi, reduci di guerra e di morte portate lì da noi occidentali che non saremmo mai riusciti a comprendere tutto questo. Noi italiani siamo andati laggiù, abbiamo ammazzato, perseguitato, chiuso nei lager della Sirtica decine di migliaia di libici, abbiamo costruito nuove case e nuovi villaggi, abbiamo scavato per cercare le vestigia di un nostro passato ma di quel luogo non abbiamo capito nè assaporato nulla. Troppo razionali, troppo pieni della nostra “civiltà” per comprendere.
Allora mi sono messo a…scavare nei miei archivi e ho recuperato alcune immagini del mio vissuto laggiù, per farmi una piccola “ricarica” di bellezza e di qualche bel ricordo. Potrei essere accusato di mostrare cose nostrane, “romane”, che forse non rappresentano il passato del popolo libico. Forse è vero ma è altrettanto vero che a Leptis, come altrove nell’impero, non c’erano soltanto i Romani, c’erano prima di tutto i beduini, i libici di allora, gente punica, africani, greci come testimoniano i nomi incisi sulle pietre della città. Tutti uguali, quindi, mischiati tra di loro senza distinzione di razza, religione, cultura. Lo stesso Settimio Severo era leptitano; pare che fosse “leggermente abbronzato” e che parlasse latino con un forte accento libico. Diventò imperatore ugualmente. Oggi un Salvini qualsiasi lo avrebbe sicuramente “respinto” ….               (segue in Lybia Antiqua #2)